Twittare, ricorrere
a facebook, al fast thinking o al fast sharing, non depone in assoluto per
mancanza d’ispirazione a comporre romanzi, ma sono scelte espressive di
determinanti che vanno cercate nella coscienza apocalittica del nostro tempo,
freneticamente spinta al nuovo, alla celebrazione dei montaliani idoli di creta
e a sentenziare il limite, la parzialità o il fallimento di ogni opera
appartenente al passato. Certo è "altro", altra esistenzialità e
storia che le "voci twittanti”
raccontano , rispetto a quella del passato , alle voci dei grandi il cui
linguaggio, appena si incontra, con la lettura e l’esercizio dello
scrivere , entra nell’ anima e guida la scrittura per
modo che , pagina dopo pagina, ci si trova
a creare una proliferazione di
significati, un circuito semantico, ben
più ricco di quello sperato . Sono voci, quelle dei grandi, che vanno comprese
come stimolo a un’azione umana volta a fuggire la
condanna kafkiana per cui “si appartiene soltanto alla voce che viene meno, al luogo che scompare” o a comprendere che la tradizione va salvata in un continuum vitale e
rassicurante. Ma questa è una bella utopia cui non si sfugge se nei giorni
nostri perdura quell’attivismo frenetico, come una sorta di
ballo di S, Vito, che ci separa dagli spazi della concentrazione, della
riflessione, del silenzio: luoghi che sono
essenziali per leggere un libro e
scriverne un altro. Per scrivere di narrativa e di storie
serve un tempo diverso da quello dei media: serve il tempo lungo dello studio, del
divorare montagne di libri, per elevarsi a quel linguaggio che Cassirer
chiamava “di forme del sentimento”, o, con Bergson, “di forme della memoria”,
memoria che è la nostra coscienza. Senza memoria la coscienza è nuda, è povera,
è arida”, come lo è la coscienza dei giovani se sono spinti solo al presente,
solo a gioire e godere delle cose presenti e de meri giochi di parole che
sentono intorno.
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