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Di fronte al dolore, non ci si accontenta di spiegazioni razionali, o
morali e neppure teologiche: tutte sono inadeguate e finiscono per scoppiare
tra le mani. Chi visita Auschwitz mette in relazione la straziante sofferenza
umana e l'agire di Dio constatando la tragica assenza della mano divina.
Un rapporto estremamente difficoltoso, come già insegnava Epicuro:
"Se Dio vuole togliere il male e non può, è allora impotente e quindi
non è il vero Dio. Se può e non vuole, allora è a noi ostile. Se vuole e può,
come dovrebbe essere proprio di un Dio, perché allora esiste il male e non
viene eliminati da lui ?".
Il dilemma attraversa intatto i secoli: l’esistenza e l'attività di Dio
nella natura e nella storia portano inevitabilmente a ritenerlo ostile e
nemico degli uomini specie quando si apre il capitolo della sofferenza
innocente.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ne I
fratelli Karamàzov, fa dire a Ivan:
"Se tutti devono soffrire, per comprare con la sofferenza l'armonia
eterna, che c'entrano i bambini? E' del tutto incomprensibile il motivo per
cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare
l'armonia con la sofferenza".
Ne La peste, di Albert Camus, forte si leva la voce del medico Riex,
mentre l’epidemia dilaga per la città di Orano e muoiono molti bambini:
"Non potrò mai credere in un Dio finché vedrò un bambino morire così”.
Ogni lacerante dolore sembra escludere di poter professare una religione
serena se non ci si lasci convincere, oltre che dalla fede, dalle parole del
poeta: "Sii benedetto mio Dio, che dai la sofferenza come divino rimedio
delle nostre impurità” (Charles Baudelaire, Fleurs du mal, 1857).
La sofferenza è la grande pedagogia di Dio?
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giovedì 13 luglio 2017
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