Twittare, ricorrere
a facebook, al fast thinking o al fast sharing, non depone in assoluto per
mancanza d’ispirazione a comporre romanzi, ma sono scelte espressive di
determinanti che vanno cercate nella coscienza apocalittica del nostro tempo,
freneticamente spinta al nuovo, alla celebrazione dei montaliani idoli di creta
e a sentenziare il limite, la parzialità o il fallimento di ogni opera
appartenente al passato. Certo è "altro", altra esistenzialità e
storia che le "voci twittanti”
raccontano , rispetto a quella del passato , alle voci dei grandi il cui
linguaggio, appena si incontra, con la lettura e l’esercizio dello
scrivere , entra nell’ anima e guida la scrittura per
modo che , pagina dopo pagina, ci si trova
a creare una proliferazione di
significati, un circuito semantico, ben
più ricco di quello sperato . Sono voci, quelle dei grandi, che vanno comprese
come stimolo a un’azione umana volta a fuggire la
condanna kafkiana per cui “si appartiene soltanto alla voce che viene meno, al luogo che scompare” o a comprendere che la tradizione va salvata in un continuum vitale e
rassicurante. Ma questa è una bella utopia cui non si sfugge se nei giorni
nostri perdura quell’attivismo frenetico, come una sorta di
ballo di S, Vito, che ci separa dagli spazi della concentrazione, della
riflessione, del silenzio: luoghi che sono
essenziali per leggere un libro e
scriverne un altro. Per scrivere di narrativa e di storie
serve un tempo diverso da quello dei media: serve il tempo lungo dello studio, del
divorare montagne di libri, per elevarsi a quel linguaggio che Cassirer
chiamava “di forme del sentimento”, o, con Bergson, “di forme della memoria”,
memoria che è la nostra coscienza. Senza memoria la coscienza è nuda, è povera,
è arida”, come lo è la coscienza dei giovani se sono spinti solo al presente,
solo a gioire e godere delle cose presenti e de meri giochi di parole che
sentono intorno.
venerdì 14 luglio 2017
giovedì 13 luglio 2017
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Di fronte al dolore, non ci si accontenta di spiegazioni razionali, o
morali e neppure teologiche: tutte sono inadeguate e finiscono per scoppiare
tra le mani. Chi visita Auschwitz mette in relazione la straziante sofferenza
umana e l'agire di Dio constatando la tragica assenza della mano divina.
Un rapporto estremamente difficoltoso, come già insegnava Epicuro:
"Se Dio vuole togliere il male e non può, è allora impotente e quindi
non è il vero Dio. Se può e non vuole, allora è a noi ostile. Se vuole e può,
come dovrebbe essere proprio di un Dio, perché allora esiste il male e non
viene eliminati da lui ?".
Il dilemma attraversa intatto i secoli: l’esistenza e l'attività di Dio
nella natura e nella storia portano inevitabilmente a ritenerlo ostile e
nemico degli uomini specie quando si apre il capitolo della sofferenza
innocente.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ne I
fratelli Karamàzov, fa dire a Ivan:
"Se tutti devono soffrire, per comprare con la sofferenza l'armonia
eterna, che c'entrano i bambini? E' del tutto incomprensibile il motivo per
cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare
l'armonia con la sofferenza".
Ne La peste, di Albert Camus, forte si leva la voce del medico Riex,
mentre l’epidemia dilaga per la città di Orano e muoiono molti bambini:
"Non potrò mai credere in un Dio finché vedrò un bambino morire così”.
Ogni lacerante dolore sembra escludere di poter professare una religione
serena se non ci si lasci convincere, oltre che dalla fede, dalle parole del
poeta: "Sii benedetto mio Dio, che dai la sofferenza come divino rimedio
delle nostre impurità” (Charles Baudelaire, Fleurs du mal, 1857).
La sofferenza è la grande pedagogia di Dio?
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Le
storie non vivono mai solitarie...
Le storie non vivono mai solitarie: tutto si ripete,
tutto ritorna, ma sempre con nuovi significati. L'utilità della storia e degli
storici sta nel presentarci cose che possono rivelare il loro senso a distanza
di migliaia di anni . Così, nel mondo antico scopriamo eventi e interpreti di
una realtà che si sarebbe rinnovata più di duemila anni dopo . Esemplare fra
tutte è la vicenda di Sparta ove, in pochi anni per opera di Licurgo, avvenne
una trasformazione della storia politica il cui eco giunge fino a noi. La
sovranità passò da una coppia di re, forma arcaica e oscura, ai cinque efori,
forma nuovissima di potere assoluto, camuffato da magistratura. La modernità
temeraria dell'impresa era tanto maggiore in quanto si fingeva di lasciare
intatte le forme esistenti. Non c'era bisogno di tagliar la testa ai re.
Sarebbero rimasti in carica, ma svuotati di potere. Gli efori divennero supremi
supervisori e "guardiani": divennero occhi vigilanti dall'alto . Quella
trasformazione che avrebbe continuato a compiersi per secoli, sino a oggi, si
era realizzata a Sparta nel minimo di
tempo con il minimo sforzo. Si trattava solo di evitare che tutto questo fosse
percepito dall'esterno. Tutti dovevano continuare a credere agli innocui
aneddoti sulla disciplina, il coraggio, la frugalità spartana. Ma ad occhi
attenti ciò che era avvenuto non poteva sfuggire. Lo svelò Platone che nei
guardiani vide coloro in cui si concentra il potere assoluto. Erano loro quei
grandi sofisti a cui aveva accennato Socrate nel Protagora, coloro che usavano
la sofistica non già per inneggiare la loro gloria, ma per celarla. Erano
inoltre primo esempio di un potere totalmente empio. Aggiunsero, infatti, ai molti culti uno nuovo, cui erano profondamente devoti. Eressero un
tempio alla paura, vicino alla mensa comune. Non la onoravano come un demone
tenebroso da tenere a bada, ma perché ritenevano che lo stato si mantenesse
soprattutto grazie alla paura. La storia si ripete e non è difficile
individuare quanti siano oggi pari agli antichi sofisti….
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