venerdì 14 luglio 2017

Oltre le voci twittanti

Twittare, ricorrere a facebook, al fast thinking o al fast sharing, non depone in assoluto per mancanza d’ispirazione a comporre romanzi, ma sono scelte espressive di determinanti che vanno cercate nella coscienza apocalittica del nostro tempo, freneticamente spinta al nuovo, alla celebrazione dei montaliani idoli di creta e a sentenziare il limite, la parzialità o il fallimento di ogni opera appartenente al passato. Certo è "altro", altra esistenzialità e storia che le "voci twittanti”  raccontano , rispetto a quella del passato , alle voci dei grandi il cui linguaggio, appena si incontra, con la lettura e l’esercizio dello scrivere   , entra nell’ anima e guida la scrittura per modo che  , pagina dopo pagina, ci si trova a creare  una proliferazione di significati,  un circuito semantico, ben più ricco di quello sperato . Sono voci, quelle dei grandi, che vanno comprese come stimolo a un’azione umana volta a fuggire la condanna kafkiana per cui “si appartiene soltanto alla voce che viene meno, al luogo che scompare” o a comprendere che la tradizione va salvata in un continuum vitale e rassicurante. Ma questa è una bella utopia cui non si sfugge se nei giorni nostri  perdura  quell’attivismo frenetico, come una sorta di ballo di S, Vito, che ci separa dagli spazi della concentrazione, della riflessione, del silenzio: luoghi  che sono essenziali  per leggere un libro e scriverne un altro. Per scrivere di narrativa e di storie serve un tempo diverso da quello dei media: serve il tempo lungo dello studio, del divorare montagne di libri, per elevarsi a quel linguaggio che Cassirer chiamava “di forme del sentimento”, o, con Bergson, “di forme della memoria”, memoria che è la nostra coscienza. Senza memoria la coscienza è nuda, è povera, è arida”, come lo è la coscienza dei giovani se sono spinti solo al presente, solo a gioire e godere delle cose presenti e de meri giochi di parole che sentono intorno.  


giovedì 13 luglio 2017


Di fronte al dolore, non ci si accontenta di spiegazioni razionali, o morali e neppure teologiche: tutte sono inadeguate e finiscono per scoppiare tra le mani. Chi visita Auschwitz mette in relazione la straziante sofferenza umana e l'agire di Dio constatando la tragica assenza della mano divina.
Un rapporto estremamente difficoltoso, come già insegnava Epicuro: "Se Dio vuole togliere il male e non può, è allora impotente e quindi non è il vero Dio. Se può e non vuole, allora è a noi ostile. Se vuole e può, come dovrebbe essere proprio di un Dio, perché allora esiste il male e non viene eliminati da lui ?".
Il dilemma attraversa intatto i secoli: l’esistenza e l'attività di Dio nella natura e nella storia portano inevitabilmente a ritenerlo ostile e nemico degli uomini specie quando si apre il capitolo della sofferenza innocente.
Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ne I fratelli Karamàzov, fa dire a Ivan: "Se tutti devono soffrire, per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano i bambini? E' del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l'armonia con la sofferenza".
Ne La peste, di Albert Camus, forte si leva la voce del medico Riex, mentre l’epidemia dilaga per la città di Orano e muoiono molti bambini: "Non potrò mai credere in un Dio finché vedrò un bambino morire così”.
Ogni lacerante dolore sembra escludere di poter professare una religione serena se non ci si lasci convincere, oltre che dalla fede, dalle parole del poeta: "Sii benedetto mio Dio, che dai la sofferenza come divino rimedio delle nostre impurità” (Charles Baudelaire, Fleurs du mal, 1857). La sofferenza è la grande pedagogia di Dio?


Le storie non vivono mai solitarie...

Le storie non vivono mai solitarie: tutto si ripete, tutto ritorna, ma sempre con nuovi significati. L'utilità della storia e degli storici sta nel presentarci cose che possono rivelare il loro senso a distanza di migliaia di anni . Così, nel mondo antico scopriamo eventi e interpreti di una realtà che si sarebbe rinnovata più di duemila anni dopo . Esemplare fra tutte è la vicenda di Sparta ove, in pochi anni per opera di Licurgo, avvenne una trasformazione della storia politica il cui eco giunge fino a noi. La sovranità passò da una coppia di re, forma arcaica e oscura, ai cinque efori, forma nuovissima di potere assoluto, camuffato da magistratura. La modernità temeraria dell'impresa era tanto maggiore in quanto si fingeva di lasciare intatte le forme esistenti. Non c'era bisogno di tagliar la testa ai re. Sarebbero rimasti in carica, ma svuotati di potere. Gli efori divennero supremi supervisori e "guardiani": divennero occhi vigilanti dall'alto . Quella trasformazione che avrebbe continuato a compiersi per secoli, sino a oggi, si era realizzata  a Sparta nel minimo di tempo con il minimo sforzo. Si trattava solo di evitare che tutto questo fosse percepito dall'esterno. Tutti dovevano continuare a credere agli innocui aneddoti sulla disciplina, il coraggio, la frugalità spartana. Ma ad occhi attenti ciò che era avvenuto non poteva sfuggire. Lo svelò Platone che nei guardiani vide coloro in cui si concentra il potere assoluto. Erano loro quei grandi sofisti a cui aveva accennato Socrate nel Protagora, coloro che usavano la sofistica non già per inneggiare la loro gloria, ma per celarla. Erano inoltre primo esempio di un potere totalmente empio. Aggiunsero, infatti,  ai molti culti uno nuovo,  cui erano profondamente devoti. Eressero un tempio alla paura, vicino alla mensa comune. Non la onoravano come un demone tenebroso da tenere a bada, ma perché ritenevano che lo stato si mantenesse soprattutto grazie alla paura. La storia si ripete e non è difficile individuare quanti  siano  oggi pari agli antichi sofisti….

lunedì 15 maggio 2017

Come il vento..il linguaggio, il pensiero

Dal primo canto corale dell'Antigone di Sofocle si ricava una concezione della cultura che, come sempre accade per il sapere antico, ha sapore straordinariamente moderno: “ il linguaggio e il pensiero che è come il vento e i sentimenti che creano le immagini… egli (l’uomo) a se stesso ha insegnato”. E’ qui anticipatamente intuito quello che  è “centrismo culturale” i cui effetti, sostanziati dal potere dei media, mentre tessono una pesante ragnatela sulla coscienza di ognuno, sono matrice di quel trionfamento culturale che si identifica con il pregiudizio. Che la nostra cultura sia cultura di pregiudizio lo prova la quotidiana testimonianza dei tanti che non riconoscono i propri errori ché anzi li usano come mezzi per elevare a verità i propri interessi, per non avere remora morale alcuna nel compiere sopraffazioni, per spostare su altri l’onta di errori o di azioni vergognose. Sono interessi che ormai sedimentano in ogni istituzione: nella famiglia, quando si sostituisce la reciprocità dell’impegno educativo, con il privilegio dei più forti o con i diversi mezzi con cui i deboli si difendono; nelle istituzioni politico-sociali, quando i vari membri trasformano a loro vantaggio le finalità generali, commettendo una pluralità di abusi e astutamente inventando ogni sorta di razionalizzazione per giustificarli. All’interno di questi ultimi sistemi, tali interessi diventano strumenti di plagio e consenso per molti giovani che, per misconoscenza o fatica, non riescono a prendere coscienza critica dei pregiudizi e non si liberano di quegli occhiali che non illuminano la strada del divenire, ma la deformano.